Possiamo raggiungere la felicità?

la felicità, considerata come il sommo bene dalle filosofie ellenistiche, si ottiene, secondo gli epicurei, attraverso la hedonè, il piacere, ed il rifiuto della sofferenza, identificata con il male; secondo gli stoici, invece, il dolore non è un male, è anzi necessario all’uomo per migliorarsi. Seneca identifica il sommo bene con la virtus, ossia l’autodisciplina che l’uomo deve imporre alla propria componente emotiva. In questo Seneca, esponente del Terzo Stoicismo, è perfettamente coerente con i princìpi della dottrina stoica; egli è però conscio che le sue azioni non sono sempre coerenti con il suo pensiero: ma, si giustifica il filosofo, il saggio stoico non deve incarnare la verità, bensì solo indicarla agli altri (“fate quel che dico, non fate quel che faccio”).

Leggiamo che cosa ne pensa Seneca nel suo dialogo

DE VITA BEATA

Cap. 1

Tutti, o fratello Gallione, vogliono vivere felici, ma quando poi si tratta di riconoscere cos’č che rende felice la vita, ecco che ti vanno a tentoni; a tal punto č cosė poco facile nella vita raggiungere la felicitā, che uno, quanto pių affannosamente la cerca, tanto pių se ne allontana, per poco che esca di strada; che se poi si va in senso opposto, allora pių si corre veloci e pių aumenta la distanza. Perciō dobbiamo prima chiederci che cosa desideriamo; poi considerare per quale strada possiamo pervenirvi nel tempo pių breve, e renderci conto, durante il cammino, sempre che sia quello giusto, di quanto ogni giorno ne abbiamo compiuto e di quanto ci stiamo sempre pių avvicinando a ciō verso cui il nostro naturale istinto ci spinge. Finché vaghiamo a caso, senza seguire una guida ma solo lo strepito e il clamore discorde di chi ci chiama da tutte le parti, la nostra vita si consumerā in un continuo andirivieni e sarā breve anche se noi ci daremo giorno e notte da fare con le migliori intenzioni. Si stabilisca dunque dove vogliamo arrivare e per quale strada, non senza una guida cui sia noto il cammino che abbiamo intrapreso, perché qui non si tratta delle solite circostanze cui si va incontro in tutti gli altri viaggi; in quelli, per non sbagliare, basta seguire la strada o chiedere alla gente del luogo, qui, invece, sono proprio le strade pių frequentate e pių conosciute a trarre maggiormente in inganno. Da nulla, quindi, bisogna guardarsi meglio che dal seguire, come fanno le pecore, il gregge che ci cammina davanti, dirigendoci non dove si deve andare, ma dove tutti vanno. E niente ci tira addosso i mali peggiori come l’andar dietro alle chiacchiere della gente, convinti che le cose accettate per generale consenso siano le migliori e che, dal momento che gli esempi che abbiamo sono molti, sia meglio vivere non secondo ragione, ma per imitazione. Di qui tutta questa caterva di uomini che crollano gli unė sugli altri. Quello che accade in una gran folla di persone, quando la gente si schiaccia a vicenda (nessuno cade, infatti, senza trascinare con sé qualche altro, e i primi provocano la caduta di quelli che stan dietro), capita nella vita: nessuno sbaglia solo per sé, ma č la causa e l’origine degli errori degli altri; infatti č uno sbaglio attaccarsi a quelli che ci precedono, e poiché ognuno preferisce credere, piuttosto che giudicare, mai si esprime un giudizio sulla vita, ma ci si limita a credere: cosė l’errore, passato di mano in mano, ci travolge e ci fa precipitare. Gli esempi altrui sono quelli che ci rovinano; noi invece staremo bene appena ci staccheremo dalla folla. Ora, in veritā, il popolo, contro la ragione, si fa difensore del proprio male. E succede come nei comizi quando, mutato che sia il volubile favore popolare, a meravigliarsi dell’elezione dei pretori sono proprio quelli che li hanno eletti: approviamo e nello stesso tempo disapproviamo le medesime cose; č questo il risultato di ogni giudizio che si dā secondo quel che dicono i pių.

2

Quando, invece, si discuterā sulla vita felice, non mi si potrā rispondere come si fa nelle votazioni: “Sembra che la maggioranza sia da questa parte”; infatti proprio per questo č il parere peggiore. Le cose di questo mondo non vanno poi cosė bene al punto che i pareri migliori sono di gradimento ai pių. La folla č la prova del peggio. Cerchiamo dunque quello che sia meglio da farsi, non quello che č pių scontato, e quello che ci puō portare al possesso dell’eterna felicitā e non quello che ha l’approvazione del volgo, che č un pessimo interprete della veritā. E chiamo volgo sia quelli che indossano la clamide che quelli che portano la corona; io non guardo al colore delle vesti con cui la gente si copre; non credo ai miei occhi nel giudicare un uomo, ho una luce migliore e pių sicura con cui distinguere il vero dal falso; č l’animo che deve trovare il bene dell’animo. Questo, se avrā mai l’agio di respirare e di ritirarsi in se stesso, oh, quasi torturandosi da solo, confesserā la veritā e dirā: “Tutto quello che ho fatto finora vorrei che non fosse mai stato fatto, e quando ripenso a ciō che ho detto invidio quelli che sono muti; tutto quello che ho desiderato lo ritengo una maledėzione dei miei nemici, tutto quello che ho temuto, santi numi, quanto meglio era di quel che ho bramato! Con molti ho avuto a che dire e dopo l’odio mi sono riconciliato (se mai ci puō essere riconciliazione tra malvagi), ma ancora non sono diventato amico di me stesso. Ho fatto ogni cosa per innalzarmi sulla moltitudine e mettermi in evidenza per qualche mio pregio: ma che altro ho ottenuto se non di espormi ai dardi e mostrare alla malvagitā dove mordere? Tu li vedi questi che lodano l’eloquenza, inseguono le ricchezze, adulano chi ha credito, esaltano il potere? Tutti, o sono nemici o, il che č lo stesso, possono esserlo: quanto numerosa č la folla degli ammiratori, tanto lo č quella degli invidiosi. Perché allora non cerco qualcosa che io realmente senta come un bene e che non debba mostrare? Queste cose che noi stiamo a guardare ammirati e dinanzi alle quali noi ci fermiamo, e che gli uni additano stupiti agli altri, brillano di fuori, ma dentro sono ben misere”.

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Cerchiamo un bene che non sia appariscente, ma solido e duraturo, e che abbia una sua bellezza tutta intima: tiriamolo fuori. Non č lontano; si troverā, bisogna soltanto che tu sappia dove allungare la mano; ora, invece, come se fossimo al buio, passiamo davanti alle cose che ci sono vicine, inciampando magari proprio in quelle che desideriamo. Ma per non fartela molto lunga, lascerō stare le opinioni degli altri (e infatti sarebbe lungo elencarle e discuterle): tu ascolta la nostra. E quando dico nostra non č che resto legato a qualcuno dei grandi stoici: anche io ho il diritto di dire la mia. Pertanto con qualcuno sarō d’accordo, a qualche altro suggerirō di difendere solo in parte la sua idea, e puō darsi che, invitato a parlare per ultimo, io non avrō nulla da ribattere alle cose dette da quelli che mi hanno preceduto e aggiunga: “In pių, ecco quel che io penso”. lntanto, d’accordo con tutti gli stoici, io seguo la natura; č saggezza, infatti, non allontanarsi da essa e conformarsi alla sua legge e al suo esempio. Č dunque felice una vita che segue la propria natura, che tuttavia non puō realizzarsi se prima di tutto l’animo non č sano, anzi nell’ininterrotto possesso della sua salute, e poi forte ed energico, infine assolutamente paziente, adattabile alle circostanze, sollecito ma senza angoscia del suo corpo e di ciō che gli concerne, attento a tutte quelle cose che ornano la vita, senza perō ammirarne alcuna, disposto a usare i doni della natura ma senza esserne schiavo. Tu capisci, anche se io non lo dico, che ne deriva una ininterrotta tranquillitā e libertā, una volta rimosse le cose che ci irritano o ci atterriscono; infatti, ai piaceri e alle seduzioni, che sono ben meschini e fragili e dannosi per il loro stesso profumo, subentra una gioia infinita inestinguibile, costante e, ancora, la pace, l’armonia de animo e la grandezza insieme alla bontā: infatti ogni cattiveria deriva dalla debolezza.

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La nostra felicitā puō essere anche definita altrimenti, nel senso che lo stesso concetto puō essere espresso con parole diverse. Allo stesso modo che un esercito si puō schierare ora su un fronte molto ampio, ora restringersi in uno spazio pių angusto o rientrare al centro curvando le ali o spiegarsi su una linea diritta, esso sempre, comunque sia disposto, ha la medesima forza e la medesima volontā di battersi per la stessa causa: cosė la definizione del sommo bene puō essere ampliata ed estesa o condensata e ristretta. E, quindi, sarā lo stesso se dirō: “Il sommo bene č l’animo che ha in dispregio i doni della fortuna e si compiace della virtų” oppure: “Č un’indomita forza d’animo, esperta delle cose, serena nell’azione, dotata di grande umanitā e sollecitudine nei riguardi degli altri”. Ma si puō definire ancora dicendo felice quell’uomo per il quale il bene e il male non sono se non un animo buono o un animo cattivo, che pratica l’onestā, che si compiace della virtų, che non si lascia esaltare né abbattere dagli eventi fortuiti, che non conosce altro bene pių grande di quello che lui stesso č in grado di procurarsi, per cui il piacere pių vero sarā il disprezzo dei piaceri. E se vuoi dilungarti, si puō ancora presentare lo stesso concetto sotto vari e diversi aspetti, lasciandone intatto il valore; che cosa, infatti, ci vieta di dire che la felicitā consiste in un animo libero, elevato, intrepido, saldo, che lascia fuori di sé timore e cupidigia, che considera unico bene l’onestā e unico male la turpitudine e tutto il resto un vile coacervo di cose che non tolgono né aggiungono nulla a una vita felice e che possono venire o andarsene senza accrescere o diminuire il sommo bene? A un comportamento cosė saldo, si voglia o no, seguirā una ininterrotta serenitā e una profonda letizia che nasce dall’intimo, perché si rallegra di quel che ha e non desidera nulla di pių di quanto le č proprio Ebbene, tutto questo non ripaga ampiamente i meschini, futili, effimeri moti del nostro fragile corpo? Il giorno in cui si sarā schiavi del piacere lo si sarā anche del dolore; e tu vedi a quale spietata e funesta schiavitų dovrā soggiacere colui che sarā posseduto alternativamente dai piaceri e dai dolori, i pių capricciosi e dispotici dei padroni; quindi bisogna trovare un varco verso la libertā. E nessun’altra cosa puō darcela se non l’indifferenza nei riguardi della sorte: allora nascerā quel bene inestimabile, la pace della mente che si sente al sicuro, e l’elevazione spirituale, e, una volta scacciati i timori, dalla conoscenza del vero una gioia grande e immutabile e l’amabilitā e la disponibilitā dell’animo, che di queste cose godrā non in quanto beni, ma in quanto nate da un bene che č suo proprio.

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Visto che ormai ho cominciato a trattare l’argomento ampiamente, possiamo ancora definire felice chi, grazie alla ragione, non ha né timori né passioni. In effetti, né i sassi provano paura e tristezza né certamente gli animali. Non per questo si potrebbe dire che sono felici, dal momento che manca loro la consapevolezza della felicitā. Vanno messi sullo stesso piano gli uomini che la loro stupiditā e l’incoscienza di sé relegano tra le bestie. Non c’č nessuna differenza tra questi e quelle: infatti, le bestie non sono dotate di ragione, questi uomini ne hanno poca e per di pių si ritorce a loro danno. Ora, nessuno puō dirsi felice se sta fuori dalla veritā. Dunque č beata la vita che si basa costantemente su un giudizio retto e fermo. E’ allora infatti che la mente č pura, libera da ogni male, capace di sottrarsi sia alle ferite sia alle graffiature, decisa a restare dove si trova e a difendere la sua posizione anche contro le avversitā e le persecuzioni della sorte. Per quanto poi concerne il piacere, se pure si spande tutto intorno e si insinua in ogni fessura, ci blandisce l’anima con sue lusinghe e ci mette davanti una tentazione dopo l’altra per sedurci completamente o almeno in parte, c’č forse un uomo, cui resti un briciolo di umanitā, che vorrā lasciarsi trastullare giorno e notte e vorrā trascurare l’animo per dedicarsi solo al corpo?

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“Ma anche l’animo” mi puoi dire “avrā i suoi piaceri”. E li abbia pure, e sieda giudice del lusso e dei piaceri, si sazi di tutto quello che di solito alletta i sensi, poi rivolga il pensiero al passato e, memore dei piaceri trascorsi, si rallegri per le gioie passate e pregusti quelle future, organizzi le sue speranze e, mentre il corpo č ancora appesantito dal lauto pasto di oggi, corra giā col pensiero a quello di domani. Tutto questo mi parrā davvero meschino, dato che preferire il male al bene č pura follia. Nessuno puō essere felice se non č sano di mente e certo non lo č chi desidera quello che gli nuocerā. E’ felice dunque chi giudica rettamente. E’ felice chi č contento della sua condizione, qualsiasi essa sia, e gode di quello che ha. E’ felice chi affida alla ragione la condotta di tutta la sua vita.

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Anche quelli che hanno detto che il sommo bene risiede nei piaceri vedono in quale posto vergognoso l’hanno relegato. Per questo affermano che il piacere non puō essere separato dalla virtų e sostengono che non vive con onore chi non vive anche con piacere e che non vive con piacere chi non vive anche con onore. Non vedo come si possano accoppiare cose tanto diverse. Per quale ragione, vi chiedo, non si puō separare il piacere dalla virtų? Forse perché il principio di ogni bene deriva dalla virtų e dalle sue radici nasce anche quello che voi amate e desiderate? Ma se piacere e virtų non fossero separati non esisterebbero cose piacevoli ma disonorevoli né cose onorevolissime ma difficili e che si raggiungono solo a prezzo di sofferenze. Aggiungi poi che il piacere si accompagna anche alla vita pių vergognosa ma la virtų non ammette una vita disonesta, poi che alcuni sono infelici non perché privi di piaceri ma proprio a causa dei piaceri: cosa che non accadrebbe se il piacere fosse mescolato alla virtų, che spesso ne č priva ma mai ne ha bisogno. Perché volete mettere insieme cose diverse, anzi opposte? La virtų č qualcosa di alto, eccelso, regale, invincibile, infaticabile, invece il piacere č una cosa bassa, servile, debole, effimera e sta di casa nei bordelli e nelle taverne. La virtų la troverai nel tempio, nel foro, nella curia, a difesa delle mura, impolverata, accaldata e coi calli alle mani. Il piacere se ne sta quasi sempre nascosto, in cerca del buio intorno ai bagni e alle stufe, nei luoghi che hanno paura degli edili, fiacco, snervato, madido di vino e di profumi, pallido, imbellettato e imbalsamato come un cadavere. Il sommo bene č immortale, non conosce fine, non dā sazietā né rimorso perché la mente retta non cambia, non prova odio per se stessa, non modifica ciō che č giā ottimo. Al contrario il piacere si esaurisce sul pių bello, č limitato perciō sazia subito, viene a noia e dopo il primo slancio si affloscia. Non puō essere stabile quello che per natura č in movimento. Allo stesso modo non puō avere nessuna consistenza quello che va e viene in un baleno, destinato a finire nell’attimo stesso in cui si consuma: infatti tende al punto in cui cessa e quando comincia ha giā presente la fine.

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E poi perché mai il piacere esiste tanto tra i buoni che tra i malvagi e gli scellerati godono della loro infamia come gli onesti delle buone azioni? Per questo gli antichi ci hanno insegnato a seguire la vita migliore e non la pių piacevole, in modo che il piacere sia compagno e non guida di una buona e retta volontā. E’ la natura infatti che dobbiamo prendere come guida: a lei si rivolge la ragione, a lei chiede consiglio. Allora vivere felici e secondo natura č lo stesso. Ti spiego cosa intendo: se sapremo conservare con cura e serenitā le doti fisiche e le inclinazioni naturali come beni di un solo giorno e fugaci, se non saremo loro schiavi né soggetti al potere delle cose esterne, se le occasionali gioie del corpo per noi avranno lo stesso posto che hanno le truppe ausiliarie e quelle armate alla leggera nell’esercito (devono servire, non comandare), allora di certo saranno utili alla mente. L’uomo non deve lasciarsi corrompere e dominare dagli eventi esterni e deve fare affidamento solamente su se stesso, sicuro di sé e pronto a tutto, insomma artefice della propria vita. La sua sicurezza non manchi di conoscenza e la conoscenza di costanza. Siano sempre saldi i suoi principi e le sue decisioni non subiscano modifiche. Si capisce, anche se non lo dico, che un uomo cosė sarā equilibrato e ordinato in ogni sua azione, magnifico ma non senza benevolenza. La ragione si interroghi stimolata dai sensi e li prenda come punto di partenza (del resto non ha altro da cui cominciare per prendere slancio verso la veritā) ma poi torni in sé. Infatti anche l’universo che tutto abbraccia e Dio che governa il mondo tendono verso l’esterno, e tuttavia sempre rientrano in sé. Cosė deve fare la nostra mente: anche quando seguendo i sensi si spinge all’esterno deve avere il controllo su questi e su se stessa. In questo modo si realizzerā una forza unica e un’armonia tra le sue facoltā e nascerā quella razionalitā sicura che č senza contraddizioni e che non ha incertezze sulle sue opinioni, conoscenze e convinzioni, quella razionalitā che, quando si č organizzata ed č concorde in tutte le sue parti e, per cosė dire, agisce all’unisono, allora ha toccato il sommo bene. Perché non c’č pių niente di riprovevole, niente di incerto, niente che la faccia inciampare e scivolare. Farā tutto secondo il proprio volere e non gli capiterā nulla che non abbia previsto. Tutte le sue azioni avranno buon esito in modo facile, agevole e senza ripensamenti: infatti, pigrizia e indecisione denotano contrasto e incoerenza. Perciō si puō affermare senza esitazione che il sommo bene č l’armonia dell’animo, infatti le virtų dovranno stare dove c’č accordo e unitā: sono i vizi che non vanno d’accordo.

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“Ma anche tu” mi puoi dire “non coltivi la virtų per altro se non perché speri di ricavarne qualche piacere.” Per prima cosa, anche se la virtų procurerā piacere, non č per questo che la si cerca. Infatti non procura piacere, ma “anche” piacere, e non si affatica per questo, ma la sua fatica, per quanto miri ad altro, ha come conseguenza anche questo. Come in un campo seminato a frumento nascono qua e lā i fiori, ma non č per queste piantine (anche se sono belle da guardare) che č stata fatta tanta fatica (diverso era il proposito di chi seminava, il resto č venuto da sé), allo stesso modo il piacere non č il prezzo né la causa della virtų ma un suo accessorio e non piace perché diletta, ma, se piace, allora diletta. Il sommo bene consiste proprio nella convinzione e nel comportamento di una mente perfetta che, quando ha compiuto il suo corso e fissati i suoi limiti, ha pienamente realizzato il sommo bene e non desidera niente di pių: fuori del tutto non esiste nulla, nulla oltre la fine. Per questo sbagli a chiedere il motivo che mi spinge ad aspirare alla virtų: cerchi qualcosa al di sopra di ciō che č sommo. Vuoi sapere cosa mi aspetto dalla virtų? La virtų. Infatti non ha nulla di pių prezioso del suo stesso valore. Ti sembra poco? Se ti dico: “il sommo bene č la fermezza di un animo saldo e la sua previdenza e la sua elevatezza e il suo equilibrio e la sua libertā e la sua armonia e la sua dignitā”, pretendi ancora qualcosa di pių grande cui riferire questi beni? Perché mi nomini il piacere? lo cerco il bene dell’uomo, non del ventre, che, del resto, č pių capiente negli animali.”

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“Travisi” mi puoi dire “quello che dico. Infatti, io affermo che non si puō vivere con piacere se non si vive anche con onore, e questo non puō accadere né agli animali né a chi misura la felicitā dal cibo. Affermo con molta chiarezza che la vita che definisco piacevole non puō che essere associata alla virtų.” Ma chi č che non sa che sono proprio i pių stolti a essere stracolmi dei vostri piaceri, che la malvagitā č ricca di soddisfazioni e che l’animo stesso suggerisce tanti tipi di piaceri vergognosi? Prima di tutto l’arroganza e l’eccesso di stima di sé, l’orgoglio che disprezza tutti e l’amore cieco e incauto per le sue cose, l’esaltazione per i pių piccoli e futili motivi e poi la maldicenza e la superbia che si compiacciono di offendere, l’inerzia e l’indolenza dell’animo che, fiaccato dalla profusione dei godimenti, si addormenta su se stesso. Tutto questo la virtų lo spazza via, ci dā una tiratina di orecchie, fa una valutazione dei piaceri prima di accettarli e non tiene neanche in gran conto quelli che approva: infatti non li accetta per goderseli, al contrario, si rallegra di poterli moderare? Siccome perō la moderazione limita i piaceri, č un’offesa per il sommo bene. Tu il piacere lo tieni stretto, io lo tengo a freno. Tu godi del piacere, io me ne servo. Tu credi che sia il sommo bene, io neanche un bene. Tu fai tutto per il piacere, io niente.”

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Quando dico che non faccio nulla per il piacere, mi riferisco a quel sapiente al quale soltanto concediamo il piacere. Ma non chiamo sapiente chi ha qualcosa sopra di sé, tantomeno il piacere. Perché, se č tutto preso da questo, come farā a resistere alla fatica, al pericolo, alla povertā e alle tante minacce che strepitano intorno alla vita umana? Come potrā sopportare la vista della morte, come i dolori, come il rumore del mondo e di nemici tanto violenti se cede davanti a un avversario cosė debole? “Farā tutto ciō che il piacere lo persuaderā a fare.” Ma via, non vedi di quante cose lo persuaderā? “Non potrā persuaderlo di niente di turpe” puoi dire “perché č unito alla virtų.” Ma ancora non vedi che razza di sommo bene č, se ha bisogno di un guardiano per essere un bene? Come potrā la virtų guidare il piacere mentre lo segue, se č ai subordinati che tocca seguire e ai comandanti guidare? Tu metti in coda chi comanda. Ha davvero un illustre incarico la virtų secondo voi: assaggiare i piaceri! Ma vedremo se la virtų, da loro cosė maltrattata, sarā ancora virtų, perché non puō conservare il suo nome se ha abbandonato il suo posto. Intanto, per restare in argomento, ti mostrerō molti uomini assediati dai piaceri che la sorte ha coperto di tutti i suoi doni ma che, devi riconoscere, sono malvagi. Guarda Nomentano e Apicio che vanno a ricercare i beni (cosė li chiamano loro) della terra e del mare e fanno sfilare sulla mensa animali di ogni paese; li vedi che dal trono adorno di rose contemplano la loro tavola e si deliziano le orecchie al suono dei canti, gli occhi con spettacoli e il palato con ghiottonerie . Hanno tutto il corpo carezzato da stoffe morbide e delicate e, per evitare che le narici nel frattempo restino inerti, viene impregnato dei pių svariati profumi il luogo dove la dissolutezza si celebra. Puoi dire che sono in mezzo ai piaceri, ma non ne ricaveranno un bene, perché non godono di un bene.

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“Sarā male per loro” dirai “perché interverranno molte cose a sconvolgere l’animo e le opinioni contrastanti renderanno inquieta la inente.” E’ cosė, te lo concedo. Comunque, anche se stolti e volubili e soggetti al pentimento, proveranno grandi piaceri al punto che si deve ammettere che sono lontani allo stesso modo da qualsiasi inquietudine e serenitā e, come succede ai pių, sono preda di un’allegra follia e impazziscono dalle risate. Al contrario i piaceri dei saggi sono miti e pacati, quasi affievoliti, controllati e appena percettibili in quanto sopraggiungono senza che siano stati chiamati e, nonostante si presentino da sé, non sono accolti con onore né con particolare gioia da chi li riceve. Infatti il saggio li mescola con la vita come il gioco e il divertimento con le cose serie. La devono smettere, allora, di associare cose incompatibili e di confondere piacere e virtų. E’ con questo vizio che lusingano gli uomini peggiori. Chi si č lasciato andare in mezzo ai piaceri e va ruttando sempre ubriaco, siccome sa di vivere col piacere, crede di vivere anche con la virtų: infatti sente dire che virtų e piacere non possono essere separati e cosė fregia i suoi vizi col nome di sapienza ed esibisce ciō che dovrebbe nascondere. Non č Epicuro che li spinge a essere dissoluti, sono loro che, dediti al vizio, nascondono in grembo alla filosofia la loro dissolutezza e si precipitano dove sentono che si loda il piacere. Non considerano perō quanto sia sobrio e moderato il piacere di Epicuro (questo, per Ercole, č quello che penso io) ma accorrono al solo nome, sperando di trovare giustificazione e copertura per le loro dissolutezze. Cosė perdono anche l’unico bene che possedevano fra tanti mali: il pudore del peccato. Infatti lodano ciō per cui arrossivano e si vantano del vizio. E non puō neppure risvegliarsi il pentimento, perché si č dato un nome nobile a una turpe ignavia. Per questo č pericolosa l’esaltazione del piacere, perché i nobili insegnamenti restano nascosti e le fonti di corruzione emergono.

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Personalmente sono del parere (e lo esprimerō anche se i nostri compagni non sono d’accordo) che gli insegnamenti di Epicuro siano venerabili, retti, a ben guardare perfino austeri. Infatti il piacere č ridotto a una piccola ed esigua cosa e la stessa legge cui noi assoggettiamo la virtų, egli la impone al piacere: obbedire alla natura. E ciō che basta alla natura č certo poco per il vizio. E allora? Chiunque chiami felicitā l’inoperositā oziosa e l’alternanza dei piaceri della gola e dei sensi, cerca un valido sostenitore della sua cattiva condotta e, quando si avvicina, attratto dal bel nome, non segue il piacere di cui ha sentito parlare ma quello che giā portava con sé. Quando poi comincia a credere i suoi vizi conformi agli insegnamenti, indulge a questi non pių timidamente e di nascosto, anzi, si lascia andare ormai senza pudore. Cosė non dirō, d’accordo con la maggior parte dei nostri, che la scuola di Epicuro č maestra di perdizione. Dico, piuttosto, che č screditata, che ha una cattiva fama e a torto. Chi puō saperlo se non č un iniziato? E’ anche il suo aspetto che dā luogo a dicerie e suscita speranze distorte. E’ come quando un uomo forte si veste da donna: il tuo onore č intatto, la tua virilitā č salva, il tuo corpo č libero da qualsiasi indecente tentazione, perō hai in mano il tamburello. Occorre dunque scegliere un nome decoroso e un’insegna che di per sé sollevi l’animo, perché quella che c’č adesso attira i vizi. Chiunque si avvicina alla virtų si dimostra di indole nobile, chi invece segue il piacere č snervato, fiacco, degenerato, pronto ad abbandonarsi ai vizi pių turpi se non gli si fa vedere una distinzione fra i piaceri in modo che sappia quali si mantengono nei limiti del bisogno naturale e quali sono sfrenati e senza fine, tanto pių insaziabili quanto pių si cerca di appagarli.

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Allora sia la virtų a precedere, cosė ogni passo sarā sicuro. E poi il piacere nuoce se č troppo, al contrario la virtų non c’č pericolo che sia troppa perché contiene in sé la misura. Non puō essere un bene quello che risente della sua stessa grandezza. Inoltre, a coloro che hanno ricevuto in sorte una natura razionale, cosa si puo offrire di meglio della ragione? Se poi questo abbinamento risulta gradito, che si vada cioč insieme verso la vita felice, dovrā essere la virtų a precedere e il piacere a seguirla e a starle vicino come l’ombra al corpo. Ma fare della virtų (signora per eccellenza) la serva del piacere č proprio di un animo incapace di grandezza. La virtų vada avanti per prima e sia lei a portare le insegne. Avremo comunque il piacere ma potremo dominarlo e farne uso moderato: qualche volta ci indurrā a cedere ma mai potrā costringerci. Quelli che invece hanno messo al primo posto il piacere restano privi di tutti e due: la virtų la perdono e il piacere non sono loro a tenerlo in pugno, al contrario č il piacere che tiene in pugno loro perché se manca li tormenta, se č in eccesso li soffoca. Infelici se li abbandona, ancor pių infelici se li travolge. Come chi viene sorpreso dalla tempesta nel mar delle Sirti, o finisce come un relitto sulla riva o resta in balėa della violenza delle onde. E’ questo il risultato della troppa intemperanza e dell’amore cieco per qualche cosa. Infatti chi preferisce il male al bene corre dei rischi se ottiene il suo scopo. Con fatica e non senza pericolo andiamo a caccia di fiere e, anche dopo averle catturate, dobbiamo stare molto attenti perché spesso sbranano i padroni; cosė sono i grandi piaceri: vanno a finire in grandi disgrazie e chi li possiede ne č posseduto. E poi, quanto pių sono numerosi e grandi tanto pių č meschino e servo di pių padroni l’uomo che il volgo chiama felice. Mi sembra bello soffermarmi ancora su questa immagine di caccia: chi va a stanare belve e considera gran cosa “prendere le bestie coi lacci” e “accerchiare coi cani ampie radure” per seguirne le tracce, viene meno a impegni molto pių importanti e lascia da parte molti doveri. Cosė chi insegue il piacere lo antepone a tutto il resto e trascura, per prima, la libertā facendola dipendere dalla gola e non si compra i piaceri, si vende ai piaceri.

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“Tuttavia” dirai “che cosa impedisce di fondere insieme virtų e piacere in modo che il sommo bene risulti allo stesso tempo dignitoso e piacevole?” Ma una parte di dignitā non puō non essere degna e inoltre il sommo bene non sara pių integro se vedrā al suo interno qualche elemento meno che ottimo. Neppure la gioia che deriva dalla virtų, per quanto sia un bene, fa parte del bene assoluto e cosė la letizia e la tranquillitā, anche se nascono dalle pių nobili cause. Infatti č certo che questi sono beni ma non realizzano il sommo bene, ne sono solo la conseguenza. Chi mischia la virtų col piacere anche se non alla pari, indebolisce il vigore che c’č in un bene con la fragilitā di un altro e manda sotto il giogo la libertā, che č imbattibile se non conosce qualcosa di pių prezioso di se stessa. Infatti si comincia ad aver bisogno del favore della sorte e questa č la peggiore schiavitų. Ne consegue una vita piena di ansie, sospetti e trepidazioni, timorosa degli eventi e condizionata dalle circostanze. Tu non offri alla virtų una base solida e stabile, anzi, la costringi a una condizione precaria. E cosa c’č di pių precario dell’attesa di eventi accidentali e della mutevolezza delle condizioni fisiche e di quello che sul corpo influisce? Come č possibile che quest’uomo possa obbedire a Dio, accettare di buon animo ogni evenienza, non lamentarsi del suo destino e trovare il lato positivo in ogni situazione se anche il pių piccolo stimolo piacevole e doloroso puō sconvolgerlo? E non puō essere neppure un buon difensore o salvatore della patria né proteggere gli amici se tende al piacere. Dunque, il sommo bene deve salire fino a un luogo da cui nessuna forza possa farlo precipitare e a cui non abbiano accesso dolore speranza e timore né alcuna altra emozione che possa intaccare il valore del sommo bene. Ma soltanto la virtų puō salire fin lā. Dovrā vincere questa salita col suo passo, terrā duro e sopporterā ogni evento non con rassegnazione ma di buon grado, ben sapendo che le avversitā della vita sono una legge di natura e, da buon soldato, sopporterā le ferite, conterā le cicatrici e, anche in punto di morte, trafitto dalle frecce, amerā il comandante per cui č caduto. Avrā sempre in mente l’antica massima: segui Dio. Invece chi si lamenta, piange e si dispera č costretto a forza a eseguire gli ordini ed č obbligato lo stesso a obbedire, anche controvoglia. Ma che sciocchezza č questa di farsi trascinare invece di seguire? Cosė, per Ercole, č stupiditā e incoscienza della propria condizione affliggerti se qualcosa ti manca o ti č difficile da sopportare e stupirsi o indignarsi di quanto capita ai buoni come ai malvagi: intendo malattie, lutti, infermitā e tutte le altre traversėe della vita umana. Affrontiamo dunque, con grande forza d’animo, tutto quello che per legge universale dobbiamo sopportare. E’ un dovere che siamo tenuti ad assolvere: accettare le sofferenze umane e non lasciarsi sconvolgere da quello che non č in nostro potere evitare. Siamo nati sotto una monarchia: obbedire a Dio č l’unica libertā possibile.

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Dunque la vera felicitā risiede nella virtų. Ma quali consigli ti darā questa virtų? Di considerare bene solo ciō che č legato alla virtų e male ciō che č legato alla malvagitā. Poi di restare ben saldo di fronte al male e al seguito del bene in modo da imitare Dio nei limiti del possibile. E che premio ti promette per questa impresa? Privilegi grandi e degni degli dei: non sarai costretto a nulla, non avrai bisogno di nulla, sarai libero sicuro e inviolabile, non tenterai niente invano e non sarai mai ostacolato, tutto andrā secondo il tuo desiderio, nulla ti sarā avverso né contrario al tuo intento e alla tua volontā. “Allora basta la virtų per essere felici?” Perfetta e divina com’č, perché non dovrebbe essere sufficiente, anzi pių che sufficiente? Cosa puō mancare infatti a chi č al di lā di ogni desiderio? Di cosa puō aver bisogno dall’esterno chi ha raccolto tutto in se stesso? Ma chi ancora non ha raggiunto la virtų, anche se ha fatto molta strada, ha bisogno che la sorte gli sia benevola finché si dibatte in mezzo ai difetti umani e non riesce a sciogliere questo nodo e ogni vincolo mortale. Allora che differenza c’č? Che questi sono ben bene legati stretti e incatenati e invece a chi ha cercato di arrivare pių in alto si č allentata la catena e anche se non č ancora libero č come se giā lo fosse.

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A questo punto qualcuno di quelli che abbaiano contro la filosofia ripeterā il solito ritornello: “Perché c’č pių coraggio nei tuoi discorsi che nella tua vita? Perché abbassi la voce di fronte ai superiori, consideri il denaro una necessitā, ti lasci abbattere dalle sconfitte, piangi se ti muore la moglie o un amico, ci tieni al tuo buon nome e sei sensibile alle insinuazioni? Perché le tue terre producono pių di quanto richiede la tua necessitā? Perché i tuoi pasti non sono coerenti con le tue teorie? Perché hai suppellettili cosė raffinate? Perché a casa tua si beve vino pių vecchio di te? Perché ti sei fatto costruire un’uccelliera? Perché hai fatto piantare alberi che daranno solo ombra? Perché tua moglie porta appeso alle orecchie un valore pari a tutto il patrimonio di un ricco casato? Perché i tuoi giovani schiavi indossano vesti tanto eleganti? Perché a casa tua servire a tavola č un’arte e non si dispone l’argenteria come capita, ma con estrema perizia, e c’č addirittura un esperto per il taglio delle vivande?”. Se vuoi puoi anche proseguire: “Perché hai proprietā oltre mare e non sai neppure quante? Ma che vergogna: o sei cosė trasandato da non conoscere i pochi schiavi che hai, o sei talmente ricco che ne hai pių di quanti puoi ricordare”. Pių tardi rincarerō da me la dose e farō un elenco dei miei difetti che neanche immagini; per ora ti risponderō cosė: non sono saggio e (cosė mi dō in pasto da solo alla tua ostilitā) mai lo sarō. E’ questo che puoi pretendere da me: non che io sia all’altezza dei migliori, ma migliore dei peggiori. Mi basta togliere un po’ di terreno ai miei vizi tutti i giorni e castigare i miei difetti. Non sono guarito e non guarirō. Infatti non mi preparo medicamenti per la gotta ma solo calmanti, ben contento se gli attacchi sono meno frequenti e i dolori meno atroci. Certo, in confronto alla vostra andatura, anche se debilitato, sono un velocista. Ma non parlo per me che sono in un mare di vizi, parlo per chi ha giā raggiunto qualche risultato.

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Dirai: “Parli in un modo e agisci in un altro”. Questo, lingue biforcute velenose e ostili alle persone pių degne, č stato contestato anche a Platone, a Epicuro e a Zenone. Dicevano tutti di vivere non come loro vivevano, ma come loro stessi avrebbero dovuto. Parlo della virtų, non di me, e quando condanno i vizi, per primi condanno i miei. Appena potrō, vivrō come si deve. Non sarā la vostra velenosa malignitā a dissuadermi dalle pių alte ambizioni, né il veleno che sputate addosso agli altri, e che perō uccide voi, mi impedirā di continuare a lodare non la vita che conduco ma quella che so bene dovrei condurre, a onorare la virtų e a seguirla anche arrancando da lontano. Forse dovrei sperare che scampi qualcosa a quella cattiveria che non ha risparmiato neanche Rutilio e Catone? Ma vale proprio la pena di non sembrare troppo ricco a chi pensa che Demetrio, il cinico, non č povero abbastanza? Anche di un uomo cosė risoluto nella lotta contro tutte le esigenze naturali e pių povero di tutti gli altri cinici, perché non solo si privava di possedere ma persino di chiedere, dicono che non č povero abbastanza. Lo vedi da te: non ha professato la teoria della virtų ma della povertā.

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Di Diodoro, il filosofo epicureo che si č suicidato qualche giorno fa, dicono che a tagliarsi la gola non ha rispettato gli insegnamenti di Epicuro: c’č chi dice il suo gesto folle chi sconsiderato. Intanto lui, beato, con la coscienza tranquilla ha lasciato con la vita anche la sua testimonianza e ha lodato la quiete di tutta un’esistenza trascorsa ormeggiato nel porto. Ha pronunciato parole che avete ascoltato malvolentieri, quasi vi si fosse chiesto di fare altrettanto: “Ho vissuto, ho compiuto il cammino che la sorte mi ha dato”. State a discutere della vita di uno, della morte di un altro e quando sentite nominare qualcuno che ha meritato di essere riconosciuto grande, abbaiate come cagnolini che sentono avvicinarsi qualche estraneo. La veritā č che vi fa comodo se non ne risulta buono neanche uno, perché vi sembra che la virtų degli altri rinfacci delle colpe a voi. Per invidia paragonate la loro grandezza alle vostre meschinitā e non capite quanto vi danneggia la vostra insolenza. Ora, se gli uomini che aspirano alla virtų sono avari, dissoluti e ambiziosi, che cosa siete mai voi che la virtų non sopportate neppure di sentirla nominare? Sostenete che nessuno di loro fa quello che dice e non vive in conformitā con le sue parole. Non č strano: le loro sono parole eroiche, grandiose e superiori a tutte le tempeste umane. Anche se non riescono a staccarsi dalle croci su cui ognuno di voi conficca i suoi chiodi, tuttavia, quando sono condotti al supplizio, pendono ciascuno da un solo palo. Invece questi che badano soltanto a se stessi, hanno una croce per ogni passione. Ma i maldicenti si fanno belli a offendere gli altri. Potrei credere che non abbiano questo difetto se non ci fosse chi sputa sul pubblico anche dalla forca.

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“I filosofi non fanno quello che dicono.” E invece fanno giā molto a dire quello che dicono e che pensano onestamente. Se poi il comportamento fosse all’altezza delle parole, chi sarebbe pių felice di loro? Intanto non sono da disprezzare le parole buone e l’animo colmo di buone intenzioni. Coltivare benefiche inclinazioni č coniunque lodevole al di lā del risultato. Niente di strano se non arriva in cima chi ha tentato una scalata difficile. Se sei un uomo guarda con rispetto a chi si cimenta in grandi prove, anche se fallisce. Un animo nobile, senza contare sulle proprie forze, ma su quelle che la sua natura gli puō fornire, cerca di mirare in alto e di concepire progetti irrealizzabilí per chi non abbia un animo davvero grande. Chi si č proposto questo: “guarderō in faccia la morte con lo stesso stato d’animo che ho quando ne sento parlare, sopporterō qualsiasi fatica con forza d’animo, disprezzerō le ricchezze, ci siano o non ci siano e non sarō pių triste o pių superbo a seconda che brillino intorno a me o altrove. Tratterō con indifferenza la sorte favorevole e quella avversa. Guarderō tutte le terre come se fossero mie, le mie come se fossero di tutti. Vivrō nella convinzione di essere nato per gli altri e ringrazierō la natura per questo: come avrebbe potuto agire meglio nel mio interesse? Ha dato me a tutti gli altri e tutti gli altri a me solo. Se poi avrō qualcosa non sarō spilorcio ma neanche scialacquatore. Crederō veramente mio quello che ho fatto bene a donare e non valuterō i benefici dal numero o dal peso ma dalla stima che avrō per chi li riceve: non sarā mai troppo quello che potrō dare a chi lo merita. Farō tutto secondo coscienza senza basarmi sull’opinione degli altri e, anche se sarō solo io a sapere quello che faccio, mi comporterō come se tutti mi potessero vedere. Mangerō e berrō soltanto per soddisfare i miei bisogni naturali e non per riempirmi e svuotarmi lo stomaco. Sarō affabile con gli amici e mite e indulgente con i nemici. Cercherō di prevenire ogni richiesta dignitosa e di anticipare ogni preghiera. Considererō il mondo la mia patria e gli dei la mia guida, loro che sempre sono presenti e giudicano ogni mio gesto e ogni mia parola. E quando la natura verrā a riprendersi la mia anima o sarā la ragione a decidere di lasciarla libera, me ne andrō potendo dire di aver sempre amato la rettitudine morale e i nobili intenti senza aver mai limitato la libertā di nessuno e tanto meno la mia”. Chi si prefiggerā questi obiettivi, desidererā di raggiungerli e farā tutto il possibile, percorrerā la strada che porta al cielo e, anche se non conquisterā la vetta, tuttavia č caduto nel mezzo di una grande impresa. Ma voi che odiate la virtų e chi la coltiva non fate davvero niente di nuovo. Anche chi ha problemi agli occhi non sopporta la luce e gli animali notturni evitano lo splendore del giorno. Non appena sorge il sole corrono a nascondersi nelle loro tane e, per timore della luce, si rifugiano in qualche fessura. Lagnatevi, sprecate il fiato a insultare i buoni, spalancate la bocca, mordete: vi spezzerete i denti senza neppure lasciare il segno.

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Com’č che quel tale č dedito alla filosofia eppure č tanto ricco? Perché dice che si devono disprezzare i beni materiali, perō ne ha, giudica spregevole la vita, perō č vivo, spregevole la salute, perō cerca di preservarla con ogni riguardo e la desidera perfetta? E perché, ancora, giudica l’esilio una parola senza senso e dice: “Che male c’č a cambiare paese?” perō, se gli riesce, invecchia in patria?” E ancora, sostiene che non c’č nessuna differenza tra una vita lunga e una breve, perō, se niente glielo impedisce, cerca di vivere il pių a lungo possibile e di mantenersi vigoroso e sereno durante la lunga vecchiaia?Afferma che tutte queste sono cose spregevoli, non nel senso che non si debbano possedere ma possedere senza ansie, non le respinge ma, se svaniscono, va avanti tranquillo. D’altra parte la sorte dove meglio metterā al sicuro le ricchezze se non dove potrā andarle a riprendere senza che chi le restituisce si lamenti? Marco Catone, anche se lodava Curio e Coruncanio e i bei tempi in cui possedere un po’ d’argenteria era un reato punito dai censori, aveva di suo quattro milioni di sesterzi: senza dubbio meno di Crasso ma pių di Catone il censore. Per fare un paragone, aveva superato il bisnonno pių di quanto Crasso avesse superato lui e, se anche gli fosse capitato di entrare in possesso di altri beni, certo non li avrebbe rifiutati. Infatti il saggio non crede di non meritare i doni della sorte: non ama le ricchezze ma le accetta volentieri, le lascia entrare nella sua casa non nella sua anima e non le respinge, anzi, le tiene e fa in modo che offrano maggiori occasioni alla sua virtų.

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Infatti non c’č dubbio che si presentino al saggio maggiori occasioni di sviluppare le sue attitudini nella ricchezza che nella povertā. Nella povertā l’unica possibile virtų sta nel non farsi piegare o schiacciare, nella ricchezza, invece, hanno campo libero temperanza, generositā, accortezza, ordine e magnificenza. Il saggio non avrā poca stima di sé se sarā di bassa statura, tuttavia desidererā essere alto. Anche se gracile e privo di un occhio manterrā la consapevolezza del suo valore, preferirā tuttavia essere robusto, senza perō dimenticare che i valori che ha in sé sono ben altri. Sopporterā la malattia ma si augurerā la salute. Infatti ci sono molte cose che, anche se nel complesso risultano di poco conto e possono venire a mancare senza danno per il bene principale, tuttavia procurano qualche vantaggio alla serenitā duratura che deriva dalla virtų. Cosė le ricchezze sono gradite al saggio: come un vento favorevole ai naviganti, come una giornata di sole nel freddo dell’inverno. E poi nessuno tra i sapienti (intendo fra i nostri per cui la virtų č l’unico vero bene) sostiene che anche questi vantaggi, che definiamo indifferenti, non abbiano un loro proprio valore e che alcuni non siano preferibili ad altri: li consideriamo di maggiore o minore pregio. Non ti ingannare: la ricchezza č tra i vantaggi pių desiderabili. “Allora” dirai “perché mi deridi se per te ha la stessa importanza che per me?”. Vuoi vedere che non č proprio la stessa importanza? Se le mie ricchezze dovessero svanire, non mi porteranno via altro che loro stesse, tu, invece, resterai stordito e ti sentirai privato di te stesso, se ti dovessero abbandonare: per me le ricchezze hanno una certa importanza, per te una grandissima. Infine le ricchezze appartengono a me, tu, al contrario, appartieni a loro.

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Smettila, dunque, di vietare ai filosofi di possedere denaro: nessuno ha condannato la saggezza alla povertā. Il filosofo potrā possedere grandi ricchezze purché non siano rubate, macchiate di sangue, frutto di ingiustizie o di sporchi guadagni. Le uscite siano pulite come le entrate in modo che nessuno, a parte i maligni, si potrā lamentare. Accumulane quante ne vuoi: sono pulite perché non ce ne sarā nessuna che qualcuno potrebbe dir sua, anche se ce ne saranno molte che chiunque vorrebbe dir sue. Di certo il saggio non respingerā il favore della sorte e non si vanterā né si vergognerā di un patrimonio onestamente acquisito. E avrā anche motivo di vantarsi se, aperta la sua casa e invitata tutta la cittā a vedere i suoi beni, potrā dire: “se uno di voi riconosce qualcosa di suo se lo porti via”. O uomo davvero grande e giustamente ricco, se dopo questo invito avrā quello che aveva prima! Voglio dire che, se in piena tranquillitā e senza preoccupazioni avrā consentito al popolo di indagarlo e se nessuno avrā trovato nulla da rivendicare, allora potrā essere ricco con orgoglio e a testa alta. Il saggio non lascerā entrare in casa sua danaro sospetto ma, con lo stesso criterio, non rifiuterā di certo ricchezze, anche grandi, dono della sorte e frutto della virtų. Perché poi dovrebbe privarle di una degna sistemazione? Vengano pure: saranno ben accette. Non le ostenterā ma neanche le terrā nascoste: in un caso č da sciocchi, nell’altro da meschini e pusillanimi che credono di avere per le mani un gran bene perō, come ho giā detto, non le metterā alla porta. Cosa dovrebbe dire: “Siete inutili” o forse “io non sono capace di amministrare le ricchezze?”. Come, anche potendo fare un percorso a piedi, preferirā farlo su un mezzo, cosė non vorrā certo essere povero se potrā essere ricco. Ma terrā le sue ricchezze consapevole che sono leggere e volatili e non lascerā che diventino un peso né per gli altri né per sé. Sarā generoso, non drizzate le orecchie non stendete la mano, sarā generoso con chi ne č degno o con chi ha la possibilitā di diventarlo, scegliendo con la massima cura i pių meritevoli perché sa che bisogna render conto sia delle uscite che delle entrate. Sarā generoso nelle giuste occasioni, infatti un dono sbagliato č un inutile spreco, avrā la manica larga non le mani bucate da cui esce molto ma niente va perso.

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Sbaglia chi pensa che donare sia facile: tutt’altro, presenta grandi difficoltā se lo si fa in modo sensato e non a caso o per istinto. Con qualcuno vado a credito, con qualcun altro mi sdebito, a questo vengo incontro,di questo, invece, ho compassione. Do un aiuto a quell’altro che non merita che la fame gli impedisca di pensare, a questo invece non darō proprio niente anche se ne avrebbe bisogno perché, per quanto possa dargli, gli mancherā sempre qualcosa. Con qualcuno poi mi limiterō a offrire, altri insisterō perché accettino. Non posso dare con leggerezza perché quando dono faccio il mio migliore investimento. Dirai: “Allora dai per ricevere?”. “No, per non perdere”: si deve fare in modo che un dono non debba essere rinfacciato ma possa essere restituito. Il favore va trattato come un tesoro che si tiene gelosamente nascosto e non si tira fuori se non č proprio necessario. E poi anche la casa stessa dell’uomo ricco offre infinite occasioni di fare del bene. Chi dice che bisogna essere generosi solo con la gente di rango? La natura mi impone di fare del bene agli uomini, schiavi o liberi che siano, nati liberi o no. Che differenza fa se č una libertā legale o concessa per amicizia? Dove c’č un uomo c’č anche la possibilitā di fare del bene. Si possono fare elargizioni in danaro anche tra le mura di casa ed esercitare la liberalitā, che non si chiama cosė perché č rivolta a uomini liberi ma perché scaturisce da un animo libero. L’uomo saggio non rivolge mai la sua generositā verso chi non la merita, ma la sua fonte č inesauribile ogni volta che incontra qualcuno che invece la merita. Pertanto, non č possibile che fraintendiate le parole rette forti e coraggiose di colui che persegue la saggezza. Ma state bene attenti: una cosa č cercare di diventare saggi e un’altra esserlo. Quello dirā: “Parlo bene ma mi dibatto ancora tra moltissime difficoltā. Non mi puoi mettere a confronto con i miei princėpi quando io faccio del mio meglio, cerco di migliorare e aspiro a un ideale davvero grande. Solo quando avrō fatto i progressi che ho intenzione di fare potrai confrontare quello che dico con quello che faccio”. Chi invece sarā arrivato alla perfezione parlerā diversamente: “Prima di tutto non ti puoi permettere di dar giudizi su chi č migliore di te”. Finisco per essere malvisto dai malvagi e giā questa č la prova che sono nel giusto. Ma per darti una spiegazione, che non si nega a nessuno, ascolta quello che sto per dirti e che valore do io a ciascuna cosa. Dico che le ricchezze non sono beni: se lo fossero farebbero diventare buoni. Ora, mi rifiuto di definire bene ciō che si puō trovare anche tra persone malvagie. D’altra parte sono convinto che possederle sia lecito, utile e che migliori la qualitā della vita.

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Allora ascoltate perché non includo le ricchezze fra i beni e perché il mio comportamento nei riguardi di queste č cosė diverso dal vostro (ormai che si č convenuto che possederle č lecito). Mettimi in una casa che pių ricca non si puō, dove non si fa differenza tra oro e argento: non penserō per questo di valere di pių. Infatti le ricchezze stanno intorno a me, non sono parte di me. Ora cambiami di posto e sbattimi sul ponte Sublicio in mezzo ai poveri: non penserō per questo di valere di meno solo perché sto in mezzo a quelli che chiedono l’elemosina. E allora, cosa cambia? Non hanno un tozzo di pane ma non gli č tolto di poter vivere. In conclusione, preferisco una casa splendida a un ponte. Circondami di mobili pregiati, di raffinate suppellettili, non mi crederō pių fortunato perché posso adagiarmi sul morbido o perché faccio sedere i miei convitati sulla porpora. Cambiami il materasso: non sarō pių infelice se potrō distendere le membra stanche sopra un po’ di fieno o se potrō dormire su un pagliericcio da circo che magari perde l’imbottitura dai rammendi della tela vecchia. Anche qui, preferisco esprimere il mio parere calzato e vestito. Supponiamo che tutti i miei giorni si susseguano secondo le mie speranze e che nuove gioie subentrino sempre alle precedenti, non per questo mi compiacerō di me stesso. Ribalta ora questa favorevole situazione e il mio animo sia colpito da ogni parte da disgrazie, lutti e avversitā di ogni genere. Ogni istante sia nuovo motivo di pianto: non per questo penserō di essere infelice, pur in mezzo ad avvenimenti cosė infelici, non maledirō neanche un giorno della mia vita. Ho predisposto il mio animo in anticipo in modo che anche il giorno pių tetro non riuscisse a turbarlo. Comunque preferisco dover moderare il piacere che lenire il dolore. Dirā Socrate: “Immaginami vincitore di tutto il mondo mentre l’elegante carro di Libero mi porta in trionfo dall’Oriente fino a Tebe, immagina tutti i re che mi consultano: non dimenticherō che sono un uomo proprio mentre mi osannano come un dio. Di colpo, da queste altezze, fammi precipitare nella pių profonda rovina: caricami su un carretto come ornamento per la parata di un vincitore fiero e superbo. Non mi riterrō pių umile dietro al carro di un altro di quando stavo in piedi sul mio. Perō preferisco vincere che esser fatto prigioniero. Disprezzerō la sorte con tutti i suoi domini ma, se mi sarā permesso di scegliere, prenderō il meglio. Qualsiasi cosa mi capiterā sarā un bene per me, ma sarā meglio se si tratterā di eventi lieti e piacevoli e che procurino il minor numero di disagi. Certo non crederai esista una virtų senza fatica, solo che con alcune virtų servono sproni, con altre freni. Nello stesso modo c’č bisogno in discesa di trattenere il corpo, di spingerlo in salita. Non c’č dubbio che costanza, tenacia e perseveranza comportino fatica, sforzo e resistenza come qualsiasi altra virtų che si opponga alle avversitā e tenti di piegare la sorte. Ed č altrettanto chiaro che liberalitā, temperanza e mansuetudine vanno in discesa. Qui dobbiamo frenare l’animo perché non scivoli, lā dobbiamo spingerlo e incitarlo con forza. Dunque per la povertā dovremo utilizzare le virtų pių forti nella lotta, per le ricchezze quelle pių prudenti, che procedono con cautela e che non perdono l’equilibrio. Stabilita questa differenza, preferisco avere a che fare con quelle che possono essere coltivate in tranquillitā invece che con quelle che richiedono sudore e sangue. Insomma (dice il saggio) non sono io che parlo in un modo e vivo in un altro, siete voi che capite una cosa per un’altra: sentite solo il suono delle parole senza comprenderne il senso”.

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“Che differenza c’č, allora, tra me sciocco e te saggio, se tutti e due miriamo al possesso?” Enorme: infatti le ricchezze sono al servizio del saggio e al comando dello sciocco. Il saggio non permette niente alle ricchezze, quelle a voi tutto. Voi, come se qualcuno ve ne avesse assicurato il possesso eterno, ci fate l’abitudine e vi ci attaccate, invece il saggio pensa alla povertā proprio quando si trova in mezzo alla ricchezza. Mai un generale si fida della pace al punto da non tenersi pronto per una guerra che, anche se non si combatte ancora, č giā dichiarata. Basta a farvi diventare arroganti una bella casa, come se non potesse andare a fuoco o crollare. Le ricchezze vi inebriano perché pensate possano superare qualsiasi ostacolo e che la sorte non abbia armi per annientarle, cosė invincibili come sembrano a voi. Spensierati, ve la spassate tra le ricchezze senza nessun presentimento del pericolo, come fanno di solito i barbari assediati che, non conoscendo l’uso delle macchine da guerra, stanno a guardare indifferenti l’affaccendarsi degli assedianti e non capiscono a cosa servono quelle costruzioni realizzate a distanza. Cosė succede a voi: vi infiacchite in mezzo ai vostri averi e non pensate a quante sventure incombono da ogni parte e stanno giā per strapparvi la preziosa preda. Chiunque potrā portare via le ricchezze all’uomo saggio, ma non togliergli i suoi veri beni, perché egli vive lieto nel presente e incurante del futuro. Dice Socrate o un altro di pari autorevolezza, se si parla di vicende umane: “Ho una profonda convinzione: il mio comportamento non puō essere condizionato dai vostri giudizi. Rivolgetemi i soliti attacchi, non penserō che mi insultate ma che piagnucolate come lattanti”. Parlerā cosė chi ha raggiunto la saggezza perché, libero da vizi, si sente spinto a rimproverare gli altri, e non per astio, ma anzi a fin di bene. E aggiungerā: “Le vostre critiche mi colpiscono, ma non per me, per voi, perché se continuate a imprecare contro la virtų e a perseguitarla allora non vi rimane nessuna speranza. A me non fate nessun affronto. Infatti neppure chi distrugge gli altari fa torto agli dči, ma sono chiare le sue cattive intenzioni anche se non puō nuocere. Tollero le vostre idiozie come Giove Ottimo Massimo le sciocchezze dei poeti: uno gli mette le ali, un altro le corna, un altro ancora lo rappresenta come un adultero che va in giro di notte, uno implacabile con gli dči, un altro iniquo con gli uomini e ancora uno sequestratore di uomini liberi e perfino di parenti, un altro parricida e usurpatore del regno paterno. A credere tali gli dči, non hanno fatto altro che togliere agli uomini il pudore del peccato.” Ma anche se neppure mi scalfite lo dico per voi: guardate con ammirazione alla virtų, fidatevi di quelli che, dopo averla perseguita a lungo, affermano che si tratta di qualcosa di grande e che diventa ogni giorno pių grande. Anzi veneratela come gli dči e venerate i suoi maestri come i sommi sacerdoti e tutte le volte che saranno nominati i testi sacri acconsentite in silenzio. Questo modo di dire non va inteso (come credono i pių) nel senso di acconsentire davvero, semplicemente impone il silenzio in modo che il rito si possa celebrare secondo le regole e senza schiamazzi oltraggiosi. Infatti č davvero necessario che vi sia imposto, cosė, quando l’oracolo darā qualche responso, potrete ascoltare con attenzione e a bocca chiusa. Quando qualcuno agita il sistro e racconta frottole su commissione, quando qualche impostore finge di ferirsi le membra e si insanguina appena appena braccia e spalle, oppure quando una donna si trascina per strada sulle ginocchia e urla o un vecchio bardato di lino e di alloro, con in mano una lucerna, in pieno giorno, grida che qualche dio č adirato, voi accorrete e siete pronti a giurare che č ispirato dagli dči, alimentando cosė uno lo sbalordimento dell’altro.

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Ed ecco Socrate che dal carcere, purificato dalla sua presenza e reso pių onorabile di qualsiasi curia, proclama: “Che follia č questa, che istinto avverso agli uomini e agli dči, di disonorare la virtų e con voci maligne profanare cose sacre? Se potete, lodate le persone virtuose, se non potete, astenetevi. Se perō vi piace far mostra della vostra vergognosa insolenza, insultatevi fra voi. Quando vi infuriate contro il cielo, non dico che commettete un’empietā, ma che sprecate fatica. Un tempo ho dato modo ad Aristofane di prendersi gioco di me. Tutta quella banda di poeti comici mi ha scagliato contro le sue battute velenose: ma la mia virtų ha acquistato splendore proprio grazie ai colpi che hanno cercato di ferirla. Infatti le ha giovato essere messa in mostra e alla prova e nessuno ne ha capito il valore come chi, non dandole tregua, ne ha sperimentato la forza. Nessuno come i tagliapietre conosce la durezza della roccia. Dimostro di essere come uno scoglio solo in mezzo a una secca che le onde flagellano continuamente da ogni parte, ma neanche secoli di ripetuti assalti possono smuoverlo o scalfirlo. Assalitemi dunque, attaccatemi: vi vincerō sopportandovi. Chi si scaglia contro uno scoglio irremovibile e insuperabile rivolge la forza a suo danno. Perciō cercate un bersaglio molle e cedevole dove conficcare le vostre frecce. Ma voi avrete il tempo di andare a scovare i difetti degli altri e di dar giudizi su chiunque: “Perché questo filosofo ha una casa cosė grande? Perché questo offre pranzi cosė eleganti?”. State a guardare i brufoli degli altri e voi siete pieni di piaghe. E’ come se uno divorato da una scabbia tremenda deridesse nei e verruche in un corpo perfetto. Biasimate Platone perché ha mirato al danaro, Aristotele perché lo ha accettato, Democrito perché non l’ha tenuto in nessun conto, Epicuro perché ne ha fatto spreco. Anche a me rinfacciate Alcibiade e Fedro, perō sareste felicissimi appena vi capitasse di imitare i miei vizi. Perché piuttosto non guardate ai vostri difetti che vi assillano, a volte colpendo dall’esterno a volte bruciandovi nelle viscere? Non dura cosė a lungo la vita umana (anche se voi non siete consapevoli della vostra condizione) da lasciare il tempo per dar fiato ai denti offendendo chi č migliore di voi”.

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Questa č una cosa che voi non capite e assumete un atteggiamento che non si addice alla vostra condizione, come tutti quelli che stanno senza far nulla al circo o a teatro e ancora non sanno che, intanto, la loro casa č in lutto. Ma io, che guardo dall’alto, vedo quante tempeste minacciano di rovesciarsi a momenti su di voi con i loro nembi o, ormai vicinissime, stanno per trascinare via voi e le vostre ricchezze. E non tra poco, giā ora, anche se non ve ne accorgete, un vortice travolge le vostre anime, che anche mentre cercano di sfuggire non rinunciano ai loro desideri e ora vengono sollevate in alto, ora sprofondate nell’abisso.