Eroismo di Epichari
Ci troviamo sotto il regno dell’imperatore Nerone, in un clima di crescente terrore e sospetto. Un folto gruppo di senatori, cavalieri, militari e intellettuali romani (tra cui il filosofo Seneca e il poeta Lucano) organizza una congiura per assassinare Nerone e sostituirlo con il senatore Gaio Calpurnio Pisone (la famosa Congiura di Pisone). Il complotto viene però scoperto prima di essere attuato a causa di una serie di delazioni e tradimenti.
Epichari, la protagonista di questo passo, è una liberta venuta a conoscenza della congiura e attiva nel tentativo di coinvolgere e infiammare alcuni ufficiali della flotta di Miseno. Tradita da uno di questi ufficiali, Volusio Proculo, viene arrestata.
All’inizio del brano, Nerone, convinto che una donna non possa resistere alle torture (ratusque muliebre corpus impar dolori), ordina di dilaniarla con i supplizi per costringerla a fare i nomi dei congiurati, ma Epicari, sfidando l’autorità imperiale di Nerone, non cederà e si sottrarrà agli indicibili tormenti, con un eroico suicidio.
Atque interim Nero recordatus Volusii Proculi indicio Epicharin attineri ratusque muliebre corpus impar dolori tormentis dilacerari iubet. At illam non verbera, non ignes, non ira eo acrius torquentium ne a femina spernerentur, pervicere quin obiecta denegaret. Sic primus quaestionis dies contemptus. Postero cum ad eosdem cruciatus retraheretur gestamine sellae (nam dissolutis membris insistere nequibat), vinclo fasciae, quam pectori detraxerat, in modum laquei ad arcum sellae restricto indidit cervicem et corporis pondere conisa tenuem iam spiritum expressit, clariore exemplo libertina mulier in tanta necessitate alienos ac prope ignotos protegendo, cum ingenui et viri et equites Romani senatoresque intacti tormentis carissima suorum quisque pignorum proderent.
Traduzione:
E nel frattempo Nerone, ricordatosi che su denuncia di Volusio Proculo Epicari era trattenuta in carcere e pensando che un corpo femminile (fosse) incapace di sopportare il (lett.: impari al) dolore, ordina di straziarla con le torture. Ma non le sferzate, non il fuoco, non la furia di coloro che la torturavano più atrocemente per tal fine, per non essere disdegnati da una femmina, poterono farla desistere dal negare ostinatamente le accuse. Così il primo giorno passò senza dare risultati (lett.: fu disprezzato). Il (giorno) dopo, mentre veniva riportata alle medesime torture su una portantina (lett.: col mezzo di trasporto di una sedia) (infatti non poteva reggersi in piedi essendo state le sue membra disfatte; (oppure: non poteva reggersi sulle membra disfatte), avendo legato strettamente all’arco della portantina, a guisa di cappio, la fascia che aveva tolto al seno, (vi) infilò il collo e facendo forza col peso del corpo, esalò l’ormai debole respiro, con un esempio (tanto) più ammirevole, dal momento che (lei) donna affrancata, in una situazione così grave, proteggeva (lett.: proteggendo) degli estranei e quasi degli sconosciuti, mentre uomini liberi e cavalieri e senatori romani, pur non toccati dalle torture, tradivano ciascuno i più cari tra i loro parenti.
Lo sferzante commento di Tacito
Nelle ultime righe del passo, Tacito sferra una delle sue più feroci accuse alla classe dirigente romana del suo tempo, creando un contrasto violentissimo:
- Da un lato c’è una donna, per di più liberta (quindi socialmente agli ultimi gradini della società romana), che accetta la morte più atroce pur di proteggere persone a lei estranee o quasi sconosciute (alienos ac prope ignotos protegendo).
- Dall’altro ci sono gli uomini liberi di nascita (ingenui), i nobili, i cavalieri e i senatori romani, che prima ancora di essere toccati dalla tortura (intacti tormentis), per vigliaccheria tradiscono le persone più care e i loro stessi familiari (carissima suorum quisque pignorum proderent).