Cornelio Nepote

Le notizie che abbiamo su Cornelio Nepote sono poche e non ci permettono di tracciarne una biografia dettagliata. Mettendo comunque insieme alcune testimonianze di Plinio il Vecchio, di Svetonio e dell’amico Cicerone possiamo dedurre che, al di là di quanto potrebbe apparire dalla relativa semplicità del contenuto dell’opera a noi pervenuta, fu un intellettuale davvero interessante nel clima del I secolo a. C.

Nacque intorno al 100 a.C. nella Gallia Cisalpina (l’attuale Italia settentrionale) a Ostiglia (vicino a Mantova) o a Pavia. Questa origine “padana” lo accomuna ad altri grandissimi della letteratura latina della generazione successiva, come Catullo e Virgilio.

Si trasferì presto nella capitale per completare gli studi e inserirsi nei circoli culturali più importanti. Morì in tarda età, intorno al 27 a.C., assistendo quindi alla fine della Repubblica e all’ascesa di Ottaviano Augusto.

Notevole per quei tempi l’atteggiamento di Cornelio Nepote di totale rifiuto nei confronti del cursus honorum, cioè della carriera politica e militare. Preferì, infatti dedicarsi esclusivamente alla scrittura e all’otium letterario.

Questo isolamento dalla politica attiva, però, non gli impedì di stringere relazioni di amicizia con alcuni degli esponenti più in vista dell’epoca, quali Tito Pomponio Attico, il famoso editore e cavaliere romano, a cui Nepote dedicò la sua opera più famosa, il De viris illustribus, e di cui scrisse una biografia che leggiamo ancora oggi; Cicerone, con cui ebbe un fittissimo scambio epistolare, purtroppo andato perduto: Catullo, il grande poeta neoterico che nel carme di dedica del suo libro di poesie con le parole “Cui dono lepidum novum libellum… Corneli, tibi”, lo considerava l’unico che a Roma ebbe il coraggio di narrare tutta la storia del mondo in tre dotti e laboriosi volumi, i Chronica, andati perduti.

Il merito maggiore di Cornelio Nepote è, tuttavia, quello di essere stato praticamente l’inventore del genere biografico a Roma, un genere che avrà molta fortuna soprattutto con Svetonio e Plutarco. La sua opera, il De viris illustribus (una monumentale raccolta in almeno 16 libri è andata quasi del tutto perduta. Di essa ci resta solo il Liber de excellentibus ducibus exterarum gentium (“Libro sui sommi generali dei popoli stranieri”) che raccoglie 19 Greci, un Cario (Datame), due Cartaginesi (Amilcare e Annibale), uno sbrigativo elenco di re che furono anche valorosi condottieri e due vite di Romani, Catone il Censore e Attico, tratte dalla sezione De Latinis historicis.

Il suo scopo è quello di vitam… enarrare e non di historiam… scribere (come dirà esplicitamente Plutarco), per cui c’è una forte attenzione alla vita privata dei singoli personaggi. Le vite comunque differiscono notevolmente tra loro sia per estensione sia per impostazione. Alcune infatti seguono la disposizione lineare cronologica, altre la disposizione per rubriche che prescinde daqll’ordine cronologico, ma la maggior parte delle vite non si può classificare come rigidamente appartenente all’uno o all’altro filone poiché mostra una libera combinazione dei due tipi.

Per quanto riguarda l’atteggiamento di Cornelio Nepote verso i vari personaggi, si è parlato di relativismo culturale, che sarebbe il suo tratto più moderno. Egli sostiene infatti che i costumi dei popoli non vanno giudicati in base ad un’unica morale, quella romana, ma che vanno rispettati, in quanto ogni popolo ha i suoi criteri di onestà e di decoro. Ad esempio, per un greco era perfettamente normale e onorevole danzare o sposare la sorella, cose che a Roma erano considerate scandalose. Già Erodoto aveva sottolineato che ogni popolo ha le sue leggi e i suoi costumi che possono non essere condivisi, ma non per questo giudicati.

Il suo stile è semplice e lineare, con una sintassi che offre una buona palestra ai ragazzi che si cimentano nello studio del latino

Riportiamo a titolo di esempio la vita di Annibale